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transience

4 strumenti acustici, 4 device elettronici a modificare il proprio strumento in tempo reale. Un jazz che recupera la melodia/standard come memoria del passato, si fa carne nel presente e parla all’oggi guardando al futuro. Dieci episodi, dieci spaccati in cui i Junkfood danno prova di ecletticità senza mai diventare didascalici o gratuiti: musica strumentale pura, scevra da autocompiacimenti o inutili orpelli.

I Junkfood parlano a tutti e mettono sul piatto tutti i riferimenti amati, senza una gerarchia precisa ma in modo coerente, secondo una visione ed un’estetica del tutto personale: l’avantjazz di stampo newyorkese e le suggestioni della scena scandinava, l’elettronica ed il post-rock, il mathcore ed il free jazz. La musica trae spunto e linfa da queste tensioni contrapposte, tra improvvisazione e scrittura, tra libertà individuale e gioco di squadra.

Nel tentativo di fissare in un’istantanea l’immagine di un gruppo in continua evoluzione. Da qui il titolo, ad indicare la precarietà di simile tentativo e (forse) dell’esistenza stessa, sentimento che sembra attraversare tutto il lavoro, tanto nei momenti più intimisti e ambientali quanto nelle aggressioni al vetriolo, quasi a comunicare l’ansia e l’angoscia tipiche del vivere quotidiano.

In una realtà caratterizzata maggiormente da un susseguirsi di immagini frastagliate piuttosto che da un quadro stabile ove poter tracciare coordinate ed individuare valori, i Junkfood semplificano drasticamente rinunciando alle discriminazioni: tutto è (musicalmente) terreno d’indagine, l’unica dieta confacente è un onnivorismo panico e isterico.